Quando la logopedia finisce: come capire che una bambina o un bambino è pronto a proseguire da solo

22 Giugno 2026 by Silvia Mari0
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Una delle domande che molti genitori mi pongono è: “Quanto durerà la terapia?”. Spesso ne segue subito un’altra: “Come faremo a capire quando sarà il momento di concluderla?”.

Sono domande più che legittime. E la risposta più bella arriva proprio il giorno in cui il percorso si chiude, perché quel giorno racconta che il lavoro ha funzionato.

Concludere una terapia logopedica non significa interrompere qualcosa a metà strada. Significa che la bambina o il bambino ha raggiunto gli obiettivi per cui era arrivato nel nostro studio e che ora possiede gli strumenti per proseguire con maggiore autonomia. È il momento in cui non ha più bisogno di noi come prima, ed è esattamente questo il traguardo verso cui lavoriamo fin dal primo incontro.

Come capiamo che una bambina o un bambino è pronto

La fine di un percorso non si decide in base al numero di sedute fatte né guardando il calendario. Si decide osservando il bambino nella vita reale.

Ce ne accorgiamo quando utilizza spontaneamente nella quotidianità ciò che all’inizio riusciva a fare solo durante la terapia. Quando la difficoltà che lo aveva portato da noi non gli impedisce più di comunicare, giocare, partecipare alle attività scolastiche o relazionarsi con gli altri bambini.

Ce ne accorgiamo quando i progressi restano stabili nel tempo e non hanno più bisogno di essere sostenuti dall’esercizio guidato. E, forse soprattutto, quando il bambino ha acquisito maggiore fiducia in sé stesso e affronta con serenità situazioni che prima evitava o viveva con fatica.

A quel punto può essere il momento di ridurre gradualmente il supporto o di concludere il percorso.

Il nostro compito non è tenere un bambino in terapia il più a lungo possibile. Il nostro compito è aiutarlo a diventare sempre più autonomo.

Il ruolo della famiglia in tutto questo

Un percorso che si conclude bene è quasi sempre un percorso in cui la famiglia ha avuto un ruolo attivo.

Non chiedo mai ai genitori di diventare logopedisti. Chiedo loro di continuare a essere genitori.

Spesso il contributo più importante non consiste nel fare esercizi complessi, ma nell’ascoltare, giocare, leggere una storia insieme, creare occasioni di comunicazione nella vita quotidiana e dare alla bambina o al bambino il tempo necessario per utilizzare le competenze che sta acquisendo.

I genitori che accompagnano così il proprio figlio arrivano al traguardo con una consapevolezza diversa. Imparano a riconoscere i progressi, a lasciare gradualmente spazio all’autonomia e a vivere la conclusione del percorso non come una perdita, ma come una conquista condivisa.

Una lettera che teniamo con noi

Di recente, al termine di un percorso durato due anni, abbiamo ricevuto da una mamma una lettera che abbiamo riletto più di una volta.

Con il suo consenso ne condividiamo alcune parole, omettendo ogni riferimento che possa identificare la bambina, per tutelarne la privacy.

Raccontano meglio di qualsiasi spiegazione tecnica cosa significa arrivare a quel momento.

Grazie infinite, Livia!

Questi due anni sono stati un viaggio meraviglioso sotto tanti aspetti, ma soprattutto perché abbiamo avuto il privilegio di vedere mia figlia crescere e migliorare giorno dopo giorno. È stato emozionante assistere ai suoi progressi, e una parte importante di questo risultato è merito tuo.

Ti ringrazio per la pazienza, la professionalità e il sostegno che hai sempre dimostrato, nei confronti miei ma soprattutto di mia figlia. Hai saputo accompagnarla con sensibilità, facendola sentire accolta, capita e valorizzata in ogni fase del percorso.

L’idea di separarci, devo ammetterlo, da una parte mi mette un po’ di ansia, perché sei stata un punto di riferimento importante per entrambe. Dall’altra, però, come dici tu, sapere che ora ha tutti gli strumenti per volare da sola è motivo di grande orgoglio e serenità.

Ti porteremo sempre con noi come una persona speciale che ha lasciato un segno importante nel suo percorso di crescita. Grazie davvero di cuore per tutto quello che hai fatto.

“Volare da sola.”

È la frase che descrive meglio l’obiettivo di ogni nostro percorso terapeutico.

Se sei all’inizio di questo percorso

Se stai leggendo queste righe perché tuo figlio ha appena iniziato la terapia, o perché stai valutando una consulenza o una valutazione, tieni a mente una cosa: l’ansia che oggi provi pensando a un traguardo che sembra lontano è la stessa che, un giorno, lascerà spazio all’orgoglio di vederlo cavarsela da solo.

All’inizio molti genitori guardano il percorso come una montagna da scalare. È normale. Ci sono il tempo da organizzare, gli impegni familiari, la scuola, e spesso anche la preoccupazione per il costo economico di un percorso che non si sa ancora quanto durerà.

Eppure succede spesso qualcosa di curioso. All’inizio molti genitori mi chiedono con una certa preoccupazione quanto durerà la terapia. Poi, quando arriva davvero il momento di salutarci, non è raro che siano proprio loro a chiedere se non sia il caso di continuare ancora un po’.

Non perché la bambina o il bambino ne abbia necessariamente bisogno, ma perché nel tempo la terapia è diventata un punto di riferimento e vedere il proprio figlio crescere attraverso quel percorso crea un legame speciale.

È proprio in quei momenti che condivido con i genitori una riflessione importante: il successo di una terapia non si misura da quanto a lungo dura, ma dal momento in cui una bambina o un bambino è pronto a proseguire il proprio cammino con le proprie gambe.

Il percorso ha un inizio, ma ha anche una fine.

E, nella maggior parte dei casi, è una fine bella.


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